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domenica 16 dicembre 2018

Generoso il Monte, gli svizzeri e le troppe foglie

C'è un monte in Svizzera che si chiama Generoso.
Ci sono saliti tutti quelli che lo hanno sentito nominare.
Anche tu che fai no con la testa ci andrai prima o poi.
Se non ci dovessi andare vacci, e piantala di frignare.



Per arrivare al monte in Svizzera che si chiama Generoso ci sono varie possibilità. 
C'è il trenino a cremagliera.
C'è l'automobile che ti porta fino quasi alla cima. 
E poi c'è quella che piace a noi... a piedi dal primo parcheggio utile poco dopo il lago fino alla cima. 
Ci piace far fatica, abbiamo i nostri tarli, voi salite pure come credete, oppure non salite, fate quel che volete insomma.

Partiamo alle 8. Dovevano essere le 7.30, ma impietosito da C che necessita di tanto sonno perché è ancora nella fase della crescita (termina verso i 43 anni, giusto C?) decido di fingere un ritardo e arrivo alle 8.

Prendiamo l'auto di C e arriviamo a Mendrisio. Dove c'è il Fox Town, un centro commerciale con un milione di negozi, e che noi frequentiamo solo per quello della Salomon in quanto schizzinosi aristocratici.

Parcheggiamo a Salorino (questo nome non mi resta in mente per più di venti secondi quindi ora lo scrivo qui e rimarrà per sempre... più o meno) nei pressi di una chiesa con parcheggio sterrato incredibilmente libero e gratuito.
Ci sistemiamo e partiamo. 
Ci sono al massimo due gradi.
Il sole c'è, ma non riscalda molto. Sono le 9 più o meno. 

Il mio mantra è "più o meno" perché dai, non crederete che mi ricordi davvero quel che racconto dopo che sono passate quasi ben 24 ore. Dai.

La salita è piacevole, saliremo di 1300 metri, costeggiando la strada e la ferrovia a cremagliera del trenino, passeremo per boschi silenziosi e attraverseremo le rotaie un paio di volte. E' una salita di 8 km e ci metteremo 3 ore. Ma voi a casa non provateci, noi siamo velocissimi.



Non incontriamo anima viva per tutto il percorso. Quindi è perfetto. O almeno lo è per noialtri Grinch delle escursioni. Voi schiavi della socializzazione vogliate perdonarci. Oppure no.



Passiamo da Somazzo, dalla stazione di San Nicolao, camminiamo sul tappeto di foglie che la Svizzera ci stende ai piedi per renderci onore, arriviamo alla stazione Bellavista dove c'è il parcheggio al termine della strada. 
Qui si rischia di incontrare i primi esseri bipedi. 

Un lungo sterrato dal quale si può già intravedere il Fiore di Pietra del Botta




Bello o discutibile lo lascio decidere a voi. A me piace. Non fate mai l'errore di arrivare qui di domenica. Oppure fatelo.
Oggi ci saranno una trentina di persone intorno e io e C saliamo gli ultimi tornanti che portano alla vera cima del Monte Generoso con un leggero senso di disagio per tutta quella compagnia. 
Facciamo qualche foto, dei pessimi selfie, scendiamo di qualche metro e ci sediamo a mangiare la nostra untuosissima focaccia di Gaggiolo.




Per tornare decidiamo di fare un anello. Non sia mai detto che C non spinga per fare un anello. 
Questo è l'unico tipo di anello che C concepisce, non ci si faccia illusioni.

Ripercorriamo parte del sentiero dell'andata e prima di raggiungere la stazione di Bellavista prendiamo a sinistra. Da qui in poi tutta la precisione Svizzera va un pochino a ramengo. 
Per esempio, sarebbe carino che i cartelli prima dei bivi indicassero una o l'altra delle possibili direzioni, invece che indicarle in modo vago entrambe. Tocca tirare a indovinare.
E noi siamo pessimi nel 50 e 50. 
C soprattutto. E' sfortunatissima. 

Ma ce la caviamo facendo solo un dietrofront di un centinaio di metri. Li facciamo inseguendo l'unico tizio che volevamo incontrare (il tizio che serve quando non sai che strada prendere, per esempio, quel tizio lì) per chiedere informazioni. Ma si rivela estremamente veloce e quando finalmente lo raggiungiamo non abbiamo più forze per chiedere niente. Decidiamo di prendere semplicemente la seconda delle due proposte dal bivio impreciso.

Una volta trovata la via maestra ci troviamo sepolti da tutte le foglie del pianeta. Pare si siano date appuntamento nel mendrisiotto. Su dieci chilometri del rientro ne faremo almeno quattro con le foglie fino al ginocchio e sassi e tronchi nascosti che giocano a farci lo sgambetto. Cado solo una volta, nell'unico pezzo dove non ci sono foglie. Succede, quando cala la concentrazione. 

Una volta liberati dall'abbraccio amorevole del fogliame ritroviamo Salorino, la chiesa dove abbiamo parcheggiato l'auto di C e anche l'auto di C. 

Abbiamo camminato 6 ore per quasi 20 km. Abbiamo raggiunto i 1700 metri della vetta del Generoso Monte. Abbiamo visto un rifugio enorme di cemento e specchi a forma di fiore. Siamo saliti per 1350 metri. Abbiamo mangiato tre focacce iper unte (io quasi due, C una e un po' di più). Abbiamo spostato svariati quintali di foglie che, purtroppo, si sono poi richiuse su loro stesse. Abbiamo appurato che i segni blu sugli alberi erano utili al fine di seguire la traccia ma che gli svizzeri tendono ad essere precisi più sulle cose di cui sono certi di fare bella figura. Se un sentiero è ben tenuto lo segnalano, se è vagamente introvabile e sporco fanno finta che non esista.

Ma noi li perdoniamo perché siamo italiani e tanto magnanimi. Maledetti svizzeri.






venerdì 7 dicembre 2018

Inutile dissertazione a proposito delle bestemmie

Un post pippone sulle bestemmie.
Quelle non dette, quelle abortite, quelle promesse, quelle noiose, quelle scritte, orali, tramandate, entusiaste, frustrate, pentite.
Quelle bestemmie lì insomma. 
Quelle.

Partiamo dal principio.
Andavo all'oratorio.
Città di provincia.
Sotto casa.
Comodo.
Tanto calcio, catechismo, messe, prete dittatore ma simpatico, giocava a calcio pure lui.
Allora sembrava un vecchio... doveva avere al massimo trentacinque anni.
Ci andavo volentieri all'oratorio, non lo nego.
Lo sport, gli amici, cose così.
Banalità.
A messa mi annoiavo parecchio, mi facevo domande, la risposta a tutto era "abbi fede". 
A me pareva un po' facilone, ottimistico e vagamente prepotente. 
Il catechismo serviva per giocare a calcio. 
Una specie di ricatto.
La chiesa cattolica funziona così.

Poi si cresce.
Calcio fuori dalle mura dell'oratorio.
Il militare.
I libri.
E le idee che cambiano.
Hei, esiste un mondo fuori da ste mura!
Bello.
Va beh, le ragazze.
E poi basta. Fine del credo.
Dubbi.
A messa solo per matrimoni, battesimi e funerali.
Cose così.

Tutto questo per dire cosa?
Nulla di interessante, lo premetto.
Solo per dire che non bestemmio. 
Mi è rimasta addosso quella sorta di rispetto per le cose altrui che lo so, non si fa, ma tant'è.
Lo so che non frega a nessuno.

Lo scrivo perché spesso leggo e sento bestemmie come fosse un vanto di superiorità.
Dà un po' fastidio, una insofferenza latente.
Trovo strano dover bestemmiare per manifestare il fatto di non credere.
Mi pare poco rispettoso per il credo di altri.
E anche un po' bruttino.
Non so, poco elegante.
Non è questione di bigottismo o meno.
E' un po' come sputare per strada, toccarsi le palle mentre si parla, scaccolarsi.
Una dimostrazione di ribellione un po' banalotta, sporca.

Io credo un po' a tutto e sono un po' paraculo. 
Credo alla scienza, a un qualcosa che la fa funzionare, ma un qualcosa che non chieda di essere implorato, innalzato, creduto a prescindere, e che spinga ad obbligare chi ha idee diverse ad assecondarlo. 
Ci sono già le donne da assecondare, mica possiamo passare la vita a farlo anche con un dio invisibile.
Ma qualcuno ci crede. E lo so... non proprio tutti tra questi qualcuno rispettano chi ha idee diverse. 
Spesso non accade, ma ad andare avanti con benedetto "e allora lui?" non la finiremmo più.
E allora lui? Ancora con sta lagna.

E quindi niente, non mi piacciono le bestemmie, tutto qui.
Volevo solo esprimere questo mio inutile pensiero.
Che poi non è che io sia santo, che non ne abbia mai dette o che non ne dica qualcuna anche ora.
Ai tempi del calcio queste due attività sembravano imprenscindibili. 
In auto, a causa di autisti troppo o troppo poco zelanti.
O dopo il lavoro, appena uscito dalla ruota e bisognoso di sfogarmi con qualcuno comprensivo, tipo il tetto dell'auto, il soffitto di casa, o l'albero in montagna. 

Va beh, ho finito.
In ogni caso fate quello che volete, non mi interessa.
Ci tenevo solo a dire la mia. 
Solo parole.
E' un blog, tocca riempirlo con le parole.

Ciao.





domenica 2 dicembre 2018

La Svizzera fa anche cose buone


- Dove andiamo?
- Monte Boglia da Grandia?
- Me ne dimenticherò, ma va bene!
- Ore 8.30 da me?
- Baglio?
- Boglia?
- Da Gondor?
- Grandia!
- 8.00
- 8.20
- 8.10
- 8.20 ormai ho messo la sveglia.
- Ok! (Sono oltremodo accomodante, è un mio difetto)


- 8.20 sono fuori casa tua
- avevi detto alle 8.10
- avevi detto che ormai la sveglia era puntata
- sei un ingegnere, gli ingegneri non scherzano
- cretino
- ecco


Arriviamo a Lugano dopo la classica colazione e procacciamento cibo prima del confine e dei prezzi divertenti. 

A Gondra, Gondor, Grondia parcheggiamo proprio dove inizia il sentiero. Parcheggio a pagamento a picco sul lago. Bello. I parcometri non funzionano. Ne troviamo uno che funziona. Non accetta euro. Gli svizzeri sono così. Cambiamo i soldi da un distributore di benzina. Mettiamo uno sproposito di denaro dentro il parcometro e partiamo.




Troviamo questo cartello sulla via. Lo leggiamo fingendo di non conoscere la lingua. Troviamo il sentiero sbarrato inequivocabilmente. Gli svizzeri sono cosìMa l'italiana libertà ci fa pensare che sui nostri monti del Campo dei Fiori una situazione del genere (alberi da scavalcare, evitare, materiale che scoscende... scoscende?) è la normalità, che un altro ingresso per il sentiero chissà dove lo troviamo, che è tardi, che al massimo ci daranno una multa, che se dovessimo rimanere sotto un albero occulteremo i nostri cadaveri, lo promettiamo ad alta voce, di certo qualcuno ci sta ascoltando. Gli svizzeri sono così.





Passiamo oltre. Qualche albero sul sentiero di svizzera perfezione. Nulla di travolgente. Nulla ci travolge. Dopo qualche centinaio di metri di dislivello sbuchiamo a Brè.

Sbuchiamo a Brè certi di trovarci assediati da gendarmi pronti ad arrestarci. Superiamo il blocco del sentiero. Ché gli svizzeri sono fatti così. Sbuchiamo nel centro di Brè. Albero di Natale che a Roma se lo sognano. Chiesa del 1500 quasi 1600. Strade in pietra da rivista di design. Case in pietra da rivista di design come le strade. Istallazioni di arte moderna sparse per il paese. 1120 abitanti. Non se ne vede nessuno. Qualche skyrunner che termina l'allenamento. Nessun esponente delle forze dell'ordine.










Saliamo.




Il sentiero ora sale severo, il cartello dice 2 ore, ce ne metteremo meno, ma arriveremo sudati nonostante gli 8 gradi di massima. E' un bel percorso in un grandioso bosco di faggi. Tappeti di foglie e scorci mozzafiato (pessima parola ma al momento non ho voglia di cercarne di migliori) sul lago di Lugano, le montagne svizzere e il massiccio del Rosa.




Siamo sul percorso dello Scenic Trail. C lo ha corso, naturalmente. 54 km, quasi 4000 di dislivello. Ci ha messo una mezza giornata. Non ricorda quasi nulla. Ecco. Questo ci accomuna, facciamo migliaia di km di escursioni e gare e poi riusciamo a scordarci quasi tutto. Non è una brutta cosa, il bello è che è come rifare tutto per la prima volta. Ovviamente esagero. Qualcosa lo ricordiamo. A volte succede. E poi c'è Movescount di Suunto. O Garmin Connect. E no, non è vero che cito le marche sperando che mi regalino qualcosa da provare. Solo un po'.



Quando si esce dal bosco i metri di dislivello fatti sono un migliaio. Si vede la cima, un grosso panettone verde e giallo arredato con una grande croce bianca e un paio di panchine. Sono svizzeri, sono così. Qualche chiazza di neve. Poca roba da questo lato, che è esposto a sud. Il sole brilla alto. Il panorama bello. Una leggera foschia rende la vista irreale. 





Avevamo deciso per un anello quindi dalla cima scendiamo verso l'alpe Bolla. Non appena il sentiero scende di qualche metro ci ritroviamo a camminare sopra 15 centimetri di neve, qualche tratto infido e ghiacciato. Nulla di pericoloso. Dall'alpe si ritorna a Brè con un bel sentiero in falso piano e pieno di foglie che percorre a mezza costa il lato occidentale del monte Boglia. Il rumore delle foglie che spostiamo è una specie di ninna nanna. Tocca svegliare C diverse volte.


Poi torniamo a Brè. Brè all'imbrunire cambia aspetto. Lungo il sentiero incrociamo gente con i cani che va a passeggiare nel bosco che diventa buio facendosi qualche centinaio di metri di dislivello. Troviamo una signora russa che scende piano e che non riusciamo comunque a distaccare. Al paese sentiamo odor di grigliata. Si è sensibile a certi odori in certe occasioni. Ci passiamo accanto.

Sembra una mini festa di paese. Usano piccole griglie. La salamella e le costine sfrigolano sopra il fuoco. Arrivano bambini con le bibite. E' una festa all'aperto. Ma i visi sono truci. Forse ci vedono come potenziali minacce alla loro crapula. Passiamo oltre. Ci sono 3 gradi. Il sole scende. Li lasciamo grigliare al gelo.

Lungo il viottolo che entra in paese incrociamo una nonnina seduta sulla panca. Il nipote gioca. Ha dodici anni circa. Biondino. Cappello. Spara con una pistola a pallini contro un bersaglio rotondo di dieci centimetri di diametro. Spara da sei o sette metri. Non sbaglia un centro. Passiamo oltre. La nonnina si alza al nostro passaggio. Il biondino si volta a guardarci. Dico a C di muoversi.

Lasciamo perdere il sentiero dell'andata. Quello chiuso. Uno perché non vogliamo sfidare la sorte ancora. Non per gli alberi che cadono, parlo della dura e repressiva legge svizzera. Il bambino sparatore e la nonnina potrebbero essere spie. Due perché con il buio imminente preferiamo evitare di dover scavalcare alberi o aggirarli senza vedere dove mettiamo i piedi. Scegliamo la strada.

La percorriamo per un poco e poi grazie a vari sentieri paralleli o che ne tagliano i tornanti scendiamo velocemente. Non entreremo più in nessun bosco ma continueremo a scendere per mille metri di dislivello solo percorrendo scalinate. Le ginocchia ringrazieranno. Quando raggiungiamo il lago entriamo nel sentiero dell'olivo e arriviamo finalmente a Gandria. E' buio, il paesino è molto bello con la luce fioca e il lago che sciaborda poco sotto. Sciabordare è una bellissiima parola.


Numeri? Numeri.

Abbiamo camminato per 17 km. In 6 ore e trenta. Con un dislivello di 1300 metri. Il punto più alto raggiunto è il monte Boglia a 1517 metri. Abbiamo usato un sacco di cartilagine delle articolazioni delle ginocchia. Abbiamo mangiato una focaccia a testa. Bevuto acqua di fonte. Ammirato un bellissimo panorama camminando su splendide montagne (anche splendido è una pessima parola, ma al momento so che è quella che volevate leggere).



La Svizzera fa anche cose buone.





Questo è quello che succede in Svizzera a quelli che si chiamano Ail che non si comportano bene. 
Li appendono a un palo, Giove gli spara e Nettuno li affonda.
Gli svizzeri sono fatti così.
Stavolta è andata bene.







venerdì 30 novembre 2018

E' l'ora delle streghe

L'intelligenza misurata in decibel di un arzillo boato lirico. 

Nessun senso logico, o forse sì. Non sono certo io quello che ne darà notizia. E' quasi l'ora delle streghe e il limbo tra ragione e delirio è sottile, incorporeo.

Dentro la rete ci sono politici che hanno soluzioni. Tutte sbagliate. Tutte esatte. Delinquenti, giuste, assurde, ebeti, grandiose, esasperanti, ridicole, inique, bugiarde. Soluzioni da politici.

Fuori la rete ci sono quelli con le risposte. Tutte esatte. Tutte sbagliate. Delinquenti, giuste, assurde, ebeti, grandiose, esasperanti, ridicole, inique, bugiarde. Soluzioni da umani.

Leggo un libro di Victor Hugo, L'uomo Che Ride, lo leggo da due mesi. Interrotto da me stesso che prende tempo per non finirlo. 

B legge Game Of Thrones, lo legge da tre giorni. Non interrompe. Le piace molto.

Ci sono riviste di corsa in montagna tutto attorno. Ogni tanto le sfogliamo. 

Gandalf il cane dorme sul materassino verde. E' avvoltolato come un lupo, ma non è un lupo. E' un cane nero, un po' pitbull. Il giro lo ha fatto. La notte può continuare a trascorrere ora.

Amalia la gatta è sul letto, si chiede come mai oggi siamo in casa da così tanto tempo. Ogni tanto accade, la casa è sua, lei ci sopporta. Si fa accarezzare ma senza esagerare. Ci permette di giocare con lei. E' magnanima.

E' quasi l'ora delle streghe, bussano ai vetri, strisciano sul soffitto. E' quasi l'ora delle streghe, danzano nude, i capelli rossi, gettano ombre in pasto alla notte che trascorre libera. L'ha liberata Gandalf. 

Sono frasi sconnesse del sonno che preme, leggere di significato, accarezzate dalla coda vaporosa e grigia di Amalia in visita sulla tastiera.

E' ora di dormire, di leggere, o fare altro. Le streghe ridono. Si divertono. 

Domani è in arrivo. 






martedì 27 novembre 2018

Gente, maledetta gente



Partirei dagli arroganti, quelli che quando si muovono credono di piegare il mondo al proprio volere. Andrei dove lavorano o dove abitano e mi comporterei come loro per vedere se gli piace, e quando non gli piacerà griderò allo scandalo.

Proseguirei con i vecchietti con il fuoco al culo, li seguirei tutto il giorno e gli urlerei nelle orecchie "è per questo che rompevi le palle per sei minuti di ritardo? eh! per vedere i lavori, per seguire la trasmissione di questa ebete, per essere davanti alla scuola del nipotino due ore prima del rilascio? per andare a fare la spesa e stressare anche la cassiera, per tornare a casa a piantare zucchine, sei minuti cazzo! Cazzo!"

Andrei dalle altezzose tacco munite, tailleur nero, trucco perfetto e l'aria da regina di cuori, suonerei a casa loro e mi muoverei a mezzo metro da terra senza degnarle di uno sguardo, sbuffando annoiato e andandomene non degnandole di una parola.

Andrei a fare il miserrimo taccagno del tipo "ma uno sconticino noooo?" ai tipi in giacca, cravatta, scarpette lucide inglesi, Rolex, Jaguar over size... magari vestito in giacca, cravatta, scarpette lucide inglesi, Rolex e Jaguar over size.

Farei un salto dai maleducati ad essere maleducato a casa loro, dai finti tonti a simulare fintotontaggine e fargli ripetere seicentoventi volte la stessa schifa spiegazione idiota, andrei da quelli che non salutano a salutarli continuamente, da quelli che non ringraziano a ringraziarli a cazzo, a chi risponde con "per tutto il giorno" al buongiorno a rigargli le auto, a chi puzza a portargli un sacchettino di merda di Gandalf il cane per farci le abluzioni, a chi ti parla a un centimetro dalla faccia gli porterei quelli che sospirano a bocca aperta alitandoti addosso e qualcuno di quelli che tossiscono senza mettere la mano davanti a fare un meeting di portatori di germi. Per finire andrei dalle finte vittime che piagnucolano elemosinando pietà a ridargli un poco di dignità perduta.



domenica 25 novembre 2018

La chiave di Checov


Questo racconto partecipava a un concorso di una rivista che si chiama l'Informazione. Naturalmente non ha vinto, io glielo dissi di lasciar perdere, ma lui voleva essere scritto. 
Lo metto qui...



La Chiave di Checov



La stanza è in penombra. Sul tavolo bianco al centro della stanza c’è una chiave.

Lasciamola lì. Anton Cechov diceva che se in un romanzo compare una pistola bisogna che spari.

La nostra pistola è una chiave. Non sparerà, ovvio, ma aprirà qualcosa prima della fine. 

Forse.

Il nostro è solo un racconto, non certo un romanzo, non fatevi prendere dal panico.

Noi non siamo Cechov, purtroppo no.

Nella stanza in penombra, oltre al tavolo e alla chiave ci sono due persone.

Un uomo alto. Elegante.  Indossa un mantello nero. Scarpe nere. Lucide. Occhiali d’oro. E’ pallido. Fuma una pipa. Sulla testa fanno capolino due corna a spirale di ottima fattura. Tiene in mano un cappello a cilindro. Sorride come se avesse appena finito di dire qualcosa di divertente, o come se fosse soddisfatto di un buon lavoro. Non lo sappiamo, lo scopriremo, forse.

La seconda persona è una donna. Un tubino nero la avvolge sensualmente. Un bel viso, serio e altezzoso. Un leggero trucco su un nobile pallore. Sono belle le labbra, carnose e rosse. Tiene gli occhi chiusi, non sappiamo di che colore siano.  E’ un peccato. Ha una scarpa sola. L’altra è poco distante, sotto il tavolo. La donna è stesa a terra. La donna stesa a terra è morta.

L’uomo alto con le corna è il diavolo. Naturale. Chi altri se ne andrebbe in giro con un paio di corna in testa? Uno dei tanti diavoli. Non il migliore di tutti, ma nemmeno l’ultimo. Non ha ucciso lui la donna. La donna è morta di curiosità. Il diavolo si chiama Anton.

La donna è, sarebbe più corretto dire era, una modella russa. Conosciamo solo il cognome, Cechov. Quale altro? No, non era un angelo, sarebbe stato troppo banale, che dite? La donna ha seguito il diavolo. Non sapeva fosse un diavolo, l’ha incrociato per strada e ha visto che perdeva qualcosa dalla tasca mentre prendeva un fazzoletto. Cercò di chiamarlo, ma lui non la sentì, o finse di non sentirla. Era una chiave. La raccolse e lo seguì fino alla sua dimora. Non fece in tempo a fermarlo e bussò alla porta.

Non rispondeva nessuno e decise di provare ad aprire la porta con la chiave trovata.

Vide il diavolo senza il cappello appena entrò.

“Anton”, disse lui.

“Cechov”, disse lei.

“Questa chiave è sua”

“Sì, lo so. La metta lì, sul tavolo”

“Ma lei è il diavolo?”

“Sono un diavolo, non il diavolo”

“Ah, siete tanti?”

“Molti”

“E cosa fa il diavolo, un diavolo qui sulla terra?”

“Cerco anime, che domande”

“Ah!”

“Per esempio ho preso la sua”

“Sciocchezze. Io non gliela vendo la mia anima, non le ho stretto la mano, non ho firmato nulla, non voglio nulla da lei”

“Non usiamo più questi metodi arcaici, lei ha già fatto tutto quel che serviva senza firme o strette di mano, è entrata qui dentro usando quella chiave. Non ho nemmeno dovuto convincerla ad entrare. Ha fatto tutto lei. La curiosità uccide. Non lo sapeva?”

“Ma io le ho fatto una gentilezza”

“Se avesse bussato, e avesse atteso, o avesse solo lasciato la chiave davanti all’uscio, e invece ha voluto strafare”

“Vero. Ho sbagliato, ma io non entrerei mai in casa di qualcuno in questa maniera. Credo sia colpa sua, mi ha ingannata, lei mi avrà costretto ad entrare con qualche magia”

“Ovvio”

“E allora non è giusto”

“Mai detto di esserlo, fossi Lui, lassù, lo sarei, anche se devo dire che quassù avete il vizio di sopravvalutarlo un tantino, ma io sono uno dei tanti diavoli, devo provvedere di cibo gli inferi. Sia buona ora, si addormenti e smetta di fare domande”

“Quindi morirò?”

“Lo è già da quando ha raccolto quella chiave signorina Checov, come disse il suo più celebre omonimo, se c’è una chiave in un racconto prima o poi dovrà aprire qualcosa. A lei ha aperto le porte dell’inferno”

“Non era così la frase”

“Forse, non ricordo, ma non è un problema, a breve glielo chiederà lei stessa, tra un urlo e l’altro. Ora dorma, da brava”

Anton mise il cappello sulle corna e sparì. Anche la signorina Cechov sparì.

La stanza è in penombra. C’è un tavolo bianco al centro della stanza. Sotto al tavolo c’è una scarpa.

E la chiave?

Quale chiave?

Non c’è stata mai nessuna chiave.









giovedì 22 novembre 2018

C'era una volta un sentiero che saliva in verticale

Altitudini


Questa storia partecipa al Blogger Contest.2018






C’era una volta un sentiero che saliva in verticale.

Era in una terra del nord poco prima dell’altro nord, quello dopo il tunnel che non c’è.

Il sentiero non esisteva sempre, c’era solo una volta l’anno e quando esisteva era una specie di festa.
Durante la festa c’era una gara. Si premiava chi arrivava prima in cima.

Chi lo conosceva, il sentiero, lo percorreva anche quando non c’era la gara, ma bisognava proprio conoscerlo.

Quando c’era la gara il sentiero partiva da un prato enorme, quando non c’era la gara però nessuno doveva azzardarsi a metterci piede.

Davanti al prato c’era un maneggio, un mago parecchio irritabile tendeva a trasformare in cavallo, o asino, a seconda delle inclinazioni del malcapitato, chi si fosse avventurato a calpestarlo fuori dal giorno della festa.

Normalmente, invece, il sentiero partiva un po’ di lato, saliva un po’ di traverso, passava un po’ da un piccolo villaggio che esisteva solo un po’ quando non c’era la gara, e poco sopra diventava tutt’uno con il sentiero che saliva in verticale.

Il sentiero era cattivo e scontroso, ma molto bello. In alcuni tratti, per proseguire, bisognava accarezzarlo con le mani.

Solo in un tratto, di pochi metri, forse dieci, smetteva di tormentare il respiro e concedeva di riprendere fiato. Persino di correre, se ne si aveva voglia e forza. Ma non permetteva a nessuno di illudersi, ecco, quello no, quello non lo permetteva.

Si faceva pregare per quasi tutta la sua lunghezza. Non era tanto lungo, solo un paio di chilometri, il problema era l’altezza, se alzavi gli occhi quanto più te lo permetteva la testa, dal pratone di fianco al maneggio del mago cattivo, al di là degli archi gonfiabili colorati, e puntavi lo sguardo poco sotto l’azzurro del cielo potevi scorgere, un chilometro sopra, una croce alta, alta, sopra una roccia a forma di ferro da stiro.

Quello era l’arrivo della gara, o quasi.

Si chiamava Crepa Neigra la montagna, e il sentiero che lo percorreva nella linea di massima pendenza era proprio nero, si perdeva nel bosco scuro e si arrampicava gradinando il terreno. Saliva e saliva e poi saliva ancora tra le radici, in una scalinata che portava al cielo fatta di rami di abete, di morbido terreno, di mani che applaudivano, campanacci che suonavano e voci che invitavano a continuare.



Quando non c’era la festa il sentiero si nascondeva ed era ancora più nero, bisognava sapere che c’era e sperare che ti permettesse di entrarci. Si doveva evitare di farlo a scendere. C‘erano fantasmi  che ti invitavano a salire e vipere che ti sconsigliavano di ascoltare i fantasmi. C’erano cerbiatti che ti deridevano, gradini che si nascondevano, radici che ti sgambettavano e abeti sussurranti cose irripetibili.

Quando percorrevi il sentiero nero, che ci fosse o meno la gara, ti chiedevi, a un certo punto, dove fosse finito l’ossigeno, ti domandavi cosa ne fosse stato dei muscoli delle cosce e, se ascoltavi bene, potevi sentire gli insulti che salivano dai polpacci. Il segreto era tapparsi le orecchie e trovare alla mente qualcosa da fare.

Ma era difficile.

La mente è subdola. Lei sapeva del sentiero nero. Sapeva chi era, sapeva cosa ne sarebbe stato dell’ossigeno, dei polmoni, delle gambe. Era cosciente che lei, solo lei, avrebbe permesso a tutto il pacchetto di arrivare alla croce in alto e potersi finalmente buttare per terra a cercare aria a bocca aperta subito dopo il traguardo. 

Quel sentiero nero, la mente, lo conosceva da anni, sapeva chi era e cosa faceva a chi ci metteva sopra i piedi. Ma non poteva farci niente. E tu, tu eri solo una pedina che credeva di far tacere l’una e rendere meno pendente l’altro.

Povero illuso che cammina, corre, ansima e si dimena per andare in alto e arrivarci con un minimo di dignità appiccicata addosso.

Ma poi ci arrivi, magari strisci, quasi, ma ci arrivi. E lo saluti il sentiero nero che ti guarda dal basso e sa già che tornerai ancora.

Lui sa anche questo, non sembra, non lo fa vedere, ma lo sa. Ha quell’aria burbera e seriosa, ma sotto sotto sorride. Il sentiero nero ti ha lasciato dentro un marchio, una specie di virus, il desiderio di salirci in poco tempo, o in tanto, che a lui mica interessa.

Di calpestarlo con gente attorno con dei numerini sulla pancia, o da solo e senza numeri.
Di attraversare il suo bosco e arrivare fino alla croce.

Lui lo sa, è il tuo sentiero nero, e sapeva anche che prima o poi ne avresti scritto qualcosa da qualche parte.