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mercoledì 26 settembre 2018

Frasi sgraziate del tempo e delle cose.


La gatta fa ritmica con la pallina di pezza. 
Il vento fuori dalla finestra scompiglia i vaffanculo. 

Ci sono persone che si odiano ad ogni angolo di mondo. 
Un tizio parla a tutti dei suoi fatti per spiegare perché sia meglio essere riservati.
 Un uomo grosso e antipatico urla al telefono credendosi divertente. La gente attorno lo schifa. 
La sua donna lo tradisce per abitudine. 

Il cane vorrebbe uscire, lo direbbe se potesse, si limita a leggere un libro di brutte poesie.
Il malato si vanta di esserlo e sfrutta la pietà come moneta di scambio.

Il mucchio selvaggio si scaglia contro l'ingiusto e contro l'approfittatore diventando anch'esso ingiusto e approfittatore. 

Ci sono brutte cose tutt'attorno e non basta non guardare. 
Ci sono belle cose nascoste dietro quelle brutte ma bisogna cercarle. 

Il buio arriva e copre tutto. Il giorno è lontano. 
Il freddo sta arrivando, l'estate è una bugia. 
Ci sono dolori veri e immaginari. 
Colpi di tosse e fruscii impossibili. 

La gatta spia il vento dalla finestra mentre il cane dorme con un occhio solo. 


E' ora.





lunedì 24 settembre 2018

Bici al buio, trail al sole. Eolo Campo dei Fiori Trail. (11k)

Al Campo dei Fiori Trail ci sono svariate possibilità di far fatica. 

Distanze dal fattibile, al mediamente assurdo fino al fortemente sconsigliato. 

Dagli 11 km competitivi e non, con 400 metri di dislivello, ai 65 km e 4100 metri di dislivello, passando per i 45 km e 2200 d+ e i 25 km con 1200 d+. 


C e L fanno i 45 km, li vedo alla partenza. L sempre in ritardo, arriva quando i Prodigy urlano dagli altoparlanti roba un po' forte. C e L sono in fondo al gruppo. Stanno lì, poi si lamenteranno di essere rimasti imbottigliati dai lentissimi davanti a loro, ma la cosa non li tange. Gli faccio una foto mentre aspetto M, mia cognata. Sorridono, L finge di partire dalla parte opposta. L è un cretino, mi è simpatico. Sarà perché gli sono affine in questo pregio.
Partono. Grande tifo. 


M è arrivata per tempo, voleva arrivare molto prima, ma ha sbagliato strada e stava finendo nel lago in auto. Il navigatore voleva farla balneare, credo. Alla fine, seppur con una giusta dose di agitazione al seguito, arriva al deposito borse e si rilassa prima della partenza.

Io ero già lì, ci sono andato in bici. Da corsa. Ho scoperto che alle 6.15 del mattino in questa stagione c'è un buio pesto e un caldo ingiusto.

Vesto me e la bici come un albero di Natale e parto. 45 km di bici fino a Gavirate. Circa. Una volta giunto al lago, con la luce, mi cambio come un semi maniaco e cambio le mie vesti da ciclista indossando quelle da corridore. Incrocio C e, grazie al suo sorriso ammaliante che conquista i tizi del deposito borse, lascio la bici e lo zaino al sicuro. 
Sono tutti simpatici e gentili quelli dell'organizzazione, mi aspettavo un no. Lo ammetto, sono un negativo di merda e invece la gente è buona. 
(naturalmente questa frase si autodistruggerà entro il mezzogiorno di lunedì).


M fa la 11 km competitiva, io la non competitiva. Questione di visite non fatte e poca convinzione dei miei mezzi. Parte la musica, i bambini lungo le transenne urlano e danno il cinque. Carino. 

Partiamo. Il nostro trail si chiama Morselli Trail. Dal nome dello scrittore che ha donato il suo parco alla città. E' il più corto dei quattro, dicono per avvicinare la gente a questo tipo di corse. Il mio è una specie di ritorno.

Si fanno un paio di km di asfalto in salita, poca roba, fino al parco e si entra nel parcheggio a fianco alla chiesetta della Santissima Trinità, vecchia di quattro secoli, e si comincia a salire a dolci tornanti su di un sentiero dal fondo erboso.

Faccio un po' il fenomeno e salgo di corsa fermandomi ad aspettare M che procede veloce ma camminando. Tutta questa spacconeria la pagherò dopo. Il sentiero entra nel parco al piano superiore e poi si va ad infilare nel bosco. Da qui in poi il sentiero di dirige deciso fino a raggiungere il sentiero 10 dove il percorso spiana. Quasi giunti a Velate si torna a salire un poco fino a raggiungere la quasi totalità dei 400 metri di dislivello promessi. 

Si supera il giro di boa, prima con un lungo piano fino a recuperare il sentiero di salita e poi in discesa incrociando un po' di quelli che stanno procedendo senza fretta. 

E' a questo punto che i miei pensieri vanno al mio ortopedico e all'anca nuova che mi ha messo qualche mese fa. 

Ci penso, è vero, ma non troppo, scendo, corro e mi diverto, questo è il problema. M viaggia velocissima davanti a me, cerco di starle dietro. Arriverà un minuto davanti. L'importante è non farsi beccare da quelli dietro, mentre di quelli davanti nessuna traccia. Quelli sì che avevano fretta.

Complimenti M.

Recuperiamo zaini e la Bianchi dal deposito borse, carichiamo tutto sull'auto di M e torniamo a casa. L'idea di tornare in bici mi ha sfiorato, ma non è stata convincente. 

Oggi, il the day after, zoppico un po' e la schiena mi fa muovere non proprio elasticamente. Diciamo che un po' di allenamento in più sarà utile. Soprattutto sulla corsa.

C è arrivata tra i primi 100 della 45 km e ci ha messo almeno un'ora in meno di quel che millantava. 
C, lo scrivo qui che tanto non mi legge, è una podista media delle peggiori, di quelle che dice che non si allena mai, che non corre mai, che non ce la fa, poi fa 45 km e 2200 metri di dislivello con 27 gradi e ci mette un'ora meno delle sue previsioni. 
Dai C, scherzo. 
No, non è vero.
Non scherzo.
Podista media.

L è arrivato un poco prima di C. C e L sono colleghi. L vive subendo il bullismo di C al lavoro e non si è permesso di staccarla più di tanto. Queste sono informazioni riservate, non ne scriverò nulla di più.

Intanto a Cervia, Amos, il colpevole di questa nostra passione per le corse in montagna, corre, nuota e pedala all'Iron Man. Stavolta arriva all'arrivo. Merita la maglietta di finisher, la fidanzata (bi-ironman pure lei, quelli così si accoppiano, ovvio) che lo immortala, che lo segue con il suo erede in pancia, e merita pure la foto insieme ad Aldo Rock nel profilo di Linus su Instagram.

Questo post termina qui perché mi è sopraggiunto or ora un sonno vagamente mortale.











martedì 18 settembre 2018

HugoVictor e lo zaino che lo contiene




HugoVictor attende nello zaino, sta buono e silenzioso. E' in compagnia di un paio di pantaloncini, una maglietta, due banane, un Moleskine con parole scarabocchiate e per lo più incomprensibili.

Nello zaino HugoVictor non vede luce, è buio, una specie di morte vigile come narra nel suo capitolo del veliero chiamato Orca. Orca è impegnato ora. Sta attraversando una tempesta nella Manica. Non sono sicuro che riuscirà a farcela. Le premesse non sono buone.

HugoVictor non si lamenta, sta buono. Raccontava dell'uomo Ursus e del lupo Homo. Era all'inizio del libro. Diceva così:
Ursus e Homo erano legati da un'amicizia stretta. Ursus era un uomo, Homo era un lupo. Le loro nature erano ben assortite.

E' una bella frase. 


L'Uomo che Ride è il titolo del libro. 


Il libro è pieno di belle frasi.

L'uomo che ride ancora non si è palesato, ma HugoVictor assicura che prima o poi arriva. 
Lo aspettiamo.

HugoVictor ha pazienza. 
E' dal 1800 che ne ha, ne avrà ancora per molto, molto ancora. 
Il tempo non manca all'immortalità di un HugoVictor. 


HugoVictor non si lamenta. Non più. Ne ha avuti tanti di motivi per farlo. 
Sopportare uno zaino buio è una barzelletta satirica in confronto al vero dolore.










domenica 16 settembre 2018

Dal Corno di Mud in Val Sesia al reggiseno di C

Premessa del post 


Questa storia inizia con un reggiseno abbandonato in auto come atto evidentemente intimidatorio da parte di C.

Nel post relativo all'ultima nostra escursione, gita, passeggiata, cosa della settimana scorsa (leggi QUI se non hai di meglio da fare) all'inizio scrivo così: 
Camminiamo tanto io e C. Spesso senza parlare. Siamo fatti così. Io vado un po' più veloce, ma dopo un po' devo dire basta, lei andrebbe avanti settimane, lei non direbbe basta.
C se l'è presa a male per il fatto di averle dato, tra le righe, e ingiustamente, della lenta. 

C non si offende mai, o almeno non lo dice, ma poi fa cose come lasciare un reggiseno in auto per creare problemi con Dolce3/4. Tipo testa di cavallo dei Corleone, per intenderci, solo un po' meno pulp. 

Fortunatamente Dolce3/4 si fida ciecamente di me, sa che nonostante io sia irresistibile C mi resiste, sa che C è perfida, ma soprattutto, Dolce3/4 non c'è mai. Questo weekend per esempio era via, quindi C, sappi che il tuo piano è saltato, ma faccio ammenda e correggo il tiro. 

Leggi sotto il reggiseno che inizia il post vero.




Il post vero


iuuuuuuuuuj - questo l'ha scritto Amalia passeggiando languida sulla tastiera, lo lascio qui. E' passata a salutarvi.


Il post vero senza incipit di Amalia


Camminiamo tanto io e C. Spesso senza parlare. Siamo fatti così. Io vado veloce, C di più, ma si limita e mi sta dietro, si accontenta. Lei andrebbe avanti settimane, lei non direbbe basta e correrebbe invece che camminare. (!)

La valle questa volta è la Val Sesia. Per la precisione la nostra gita parte dalla Val Sermenza. Da Rima San Giuseppe per ulteriore precisione.

(Salendo in auto, prima di arrivare a Rima, si passa da un paesino che si chiama Boccioleto. Se ci passaste guardate sui muri delle case. Ci sono iscrizioni dei tempi del fascismo. Motti targati Mussolini. Vengono un po' i brividi, sopratutto perché su queste montagne i partigiani hanno tanto combattuto per la resistenza, Varallo, per esempio è addirittura medaglia d'oro al valore militare per la resistenza al fascismo. Per poi votarsi alla lega e al defunto Buonanno, diventato famoso non certo per le sue doti umanitarie. Vabeh.)

Da Rima si lascia l'auto e si salirà sempre, una bella salita senza strappi, continua e docile, corribile direbbe qualcuno, a tornanti e dentro un bel bosco. Bisogna seguire il sentiero numero 296 che arriva fino ad Alagna dopo aver scavallato il colle Mud. Il sentiero è facile. Usciti dal bosco la vista della parete nord del Tagliaferro ci accompagnerà per tutto il cammino. Le nuvole invece no, le nuvole ci aspettano in alto. Ci fanno ciao dalla cima, ci aspettano su per non farci vedere nessun panorama, niente Monte Rosa, niente di niente se non il loro lattaceo sfilacciato candore.




Dal colle si stacca il sentiero che in 450 metri di dislivello di puro vertical porta alla cima del corno Mud. E' proprio di fronte al Tagliaferro. Il Tagliaferro 2900 mt, il Mud 2800. 
Bastioni di ingresso e uscita tra le valli Sesia e Sermenza, mezzi nascosti da stracci di nuvole danzanti, incombenti, vanitosi giganti. 

C'è una freccia rossa grossa dipinta su una roccia che indica dove andare. Da quelle parti c'è una pietra pitturata di giallo con le direzioni da seguire. Da lì alla cima la traccia è visibile e dove non lo è ci sono gli ometti ad indicare la via. Non ci sono difficoltà di rilievo. Solo un paio di volte si possono usare le mani per aiutarsi, ma per il resto la salita è faticosa ma semplice.



Quasi giunti in cima, tra le nuvole, sentiamo due esplosioni. Io penso a delle mine in qualche cava. C, che è ingegnere con una passione quasi ossessiva per la meteorologia butta lì che sono tuoni. Spesso dice minchiate C, è veloce, certo, ma le minchiate le dice. Solo che io sono sensibile alle minchiate e un po' mi preoccupo. A dare valore a questa sensazione malsana il tizio di verde vestito che stava salendo davanti a noi, un po' più in alto e che mi ero prefissato di raggiungere prima della vetta, fa dietrofront e scende. Ci saluta ma non dice nulla dei suoi timori. 


Ormai siamo qui. Saliamo. Spuntiamo in cima e vediamo la croce in ferro. Ottimo conduttore in caso di lampi e un menhir di sassi come suo compagno. Anche le rocce sono ferrose a ben vedere. Ma la sensazione di pericolo non c'è. Le nuvole ricoprono tutto, è vero, ma non era un temporale, erano esplosioni. Ne siamo convinti. E poi si vede che non è un temporale. Dai. Per dimostrare che ne siamo certi ci mettiamo qualcosa addosso che a 2800 tra le nuvole non fa caldissimo e mangiamo il panino con la mocetta comprato agli alimentari giù a Rima.





Scendiamo dal corno, dopo qualche foto idiota e raggiungiamo il rifugio Ferioli poco oltre il Colle in direzione Alagna.




Prendo una birra, C una coca. La birra è rossa doppio malto. Il ragazzo molto gentile ci offre anche un genepì. Fa freddo. Lo bevo di un fiato e ripartiamo. Non reggo più l'alcool. Straparlo un po', ma cammino veloce. 
Un appunto circa l'alcool e il camminare. Va bene per il piano e per la discesa, per la salita lo sconsiglio vivamente. 

Raggiungiamo l'auto a Rima e torniamo verso casa dopo una sosta a Varallo Sesia.

I numeri:

10 km 
5 ore e 30 totale
2 ore e 50 di risalita
punto più alto metri 2810
dislivello 1470 d+
2 birre, una bionda e una rossa doppio malto
1 genepì
1 coca e 1 chinotto per C
1 reggiseno trovato in auto
2 esplosioni
un oceano di nuvole
e varie altre cose








venerdì 14 settembre 2018

Val Antrona, dighe, laghi e inutili aneddoti. What else?


Camminiamo tanto io e C. Spesso senza parlare. Siamo fatti così. Io vado un po' più veloce, ma dopo un po' devo dire basta, lei andrebbe avanti settimane, lei non direbbe basta.

Sabato C ha corso 39 km, camminato e corso, per 2300 metri di dislivello. Si sta allenando per un po' di gare sui monti qua e là.

Domenica abbiamo camminato 28 km per 1600 metri di dislivello. 

Io ero stanco anche per lei. Ero stanco per empatia, pur non avendo fatto sport il giorno prima, colpa di una borsite e dell'appuntamento con il serramentista per farmi rapinare un po'.

Dato che settimana scorsa (leggi QUI se non l'hai ancora fatto, folle!) eravamo rimasti con un certo scotto da missione compiuta solo a metà, ed essendo noi coerenti e per nulla disorientati, abbiamo deciso di tornare nella stessa valle e di fare lo stesso giro e terminarlo. 



No. Non è vero per niente. 

Stessa valle e stesso parcheggio sì, il giro diverso. Sostanzialmente, irrimediabilmente, indissolubilmente opposto. 


L'idea era questa:


partenza da Antronapiana (che a partire da Campliccioli 400 metri più su sono bravi tutti), salita al lago di Antrona, lago Campliccioli, lago Cingino, diga, sosta panino, ricerca della galleria della condotta dell'acqua, tentativo e rischio di entrare in una condotta verticale invece che orizzontale, ritrovamento galleria giusta con tubo al fianco, due km a capo chino e luce frontale per non lasciare i pensieri appiccicati al soffitto, risalita al lago di Camposecco con il ripido percorso del trenino a cremagliera, ritorno con il disagevole (come da relazioni di ben più esperti escursionisti) sentiero C34 e ritorno ad Antronapiana con un bell'anello.









L'idea è stata realizzata.


Ecco i numeri:

lunghezza: km 28
durata: 9 h 16 minuti
dislivello: mt 1605
punto più alto: mt.2316
galleria: 2 km
acqua nelle scarpe in galleria: parecchia
tentativi di smarrimento sentiero: 0
vipere: 2 reali, una solo per sentito dire, e C



Il racconto potrebbe finire qui, ma lo vorrei rendere un pelino più inutile raccontando due aneddoti.


Il primo è quello della vipera.


Salendo ne abbiamo incrociate due. Più che incrociate le abbiamo infastidite e quelle se ne sono andate sibilando scocciate mostrandoci le terga sinuose. All'alpe Granarioli (ma potrebbe anche essere un'altra alpe che io non ricordo e C non mi aiuta mai) ci sono delle belle baite, prati tagliati, un ponticello uscito da un quadro di Monet. Mancano solo le ninfee, ma ci sono un sacco di girini ritardatari. C'è una scultura in legno non ancora terminata, credo sia Pinocchio, o forse no, ma a me piace pensare che sia lui. E poi c'è un lavatoio-fontana. 

Prima della fontana su di una panchina sono seduti due bravi, due signori che ci salutano senza troppa verve, sembrano provati dalla camminata. Due bimbi scorrazzano urlanti dopo aver salutato un gruppetto di trekker un po' datati, ma molto urlanti anch'essi. 
Io e C ci dirigiamo alla fontana per abbeverarci e riempire le borracce. Ci intercettano i bimbi urlandoci che c'è una vipera. 
"Ah" dico io.
"Ah" dice C.
Salutiamo i bimbi. I bimbi urlano "Cosa è la vipera?".
C non si capacita. C è ingegnere, non dimenticatelo.
Rispondo che la vipera è C.
I bimbi mi chiedono "davvero?", io rispondo di sì e di stare attenti che morde. I bimbi se ne vanno. Urlando. Chissà perché urlano sempre. 
Tornando sui nostri passi i due bravi di prima, forse i papà dei due pargoli, ci dicono con fare grave che in effetti è vero, c'è una vipera. Ringraziamo per l'avvertenza e andiamo sperando che nel frattempo i due bravi insegnino ai propri bimbi che:
  1. la vipera non è davvero C, ma un animaletto da lasciare in pace
  2. la vipera a volte è C.


 







Il secondo è quello dei giovani trekker


Lunga e in salita è la strada che porta all'Alpe Cingino e di lì al lago omonimo con la sua diga e gli stambecchi equilibristi (che questa volta mancano). Lungo il sentiero, tra il paesaggio lunare dei duemila metri, ad una svolta con vista della casa del custode della diga su in alto, scorgiamo quattro individui.

Sono tre ragazze e un ragazzo. Tutti giovani e poco sorridenti. Provati.
Salutano con un educato buongiorno, rispondo con un ciao che significa "se mi dai del lei ti butto di sotto".
Il ragazzo è seduto, stanco e poco incline ai convenevoli. Un ragazza è seduta e ci dà le spalle, capelli lunghi ed espressione truce. Una è la silenziosa e poi c'è l'addetta alle comunicazioni. Mi chiedono se sia mai stato lì e quanto ci volesse ad arrivare al lago. Rispondo che è passata una eternità dall'ultima volta e che non ricordo, evito di dire che anche se ci fossi stato la settimana prima non ricorderei ugualmente. Aspettiamo che giunga C e chiediamo a lei. Ci è passata l'anno prima in uno dei suoi allenamenti sconclusionati. Sorride e prende tempo.
E' un ingegnere, non dimenticatelo, sta formulando una risposta che tenga conto del percorso, dell'altitudine, della pressione atmosferica, dello stato fisico apparente dei ragazzi, del clima, della condizione del terreno, della geologia circostante, dell'abbigliamento poco tecnico e di scarso valore dei giovani trekker.
Le chiedono "potrebbe mancare mezz'ora?". Sorride. Espressione scettica. Dalla sua faccia immagino manchi almeno un'ora e mezza, risponde "anche quaranta minuti".
I ragazzi sono sollevati. Tranne la truce e lo stanco.
Prima di andare avverto i ragazzi che C è del tutto inattendibile. C ride. L'addetta alle comunicazioni sorride. La truce rimane truce. Lo stanco rimane seduto. La silenziosa non capisce la battuta. Salutiamo e andiamo.
Cinquanta o cento metri sopra di loro ci giriamo a guardare e notiamo che sono ancora fermi nel loro briefing. Dall'alto si percepisce disagio e dissidio tra i partecipanti alla spedizione. Poco dopo le tre ragazze si muovono e lo stanco le segue a debita distanza. Io e C ci chiediamo se arriveranno mai a destinazione. Intanto saliamo.
Non li incontreremo più. Ma sono certo che ce l'abbiano fatta. Non so a fare cosa. Ma qualcosa la devono per forza aver fatta.

 





P.S. Queste sono le zone di E di T, di dove si persero e di come mi diedero l'occasione di scriverne.