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giovedì 21 marzo 2019

Il parco, la musica e gli errori

Una giornata di quelle che Bukowski ci avrebbe scritto un racconto di ordinaria follia.
Vado al parco ad isolare la mente. 
A cancellare il ricordo della bruttezza. Della gente. 
Della cattiveria. 
Della noia. 
E' l'umana miseria. 
Ma ha rotto il cazzo.
La finta miseria.
I piagnucolii. Le lamentele. Le uscite melodrammatiche.
La mancanza di ironia. L'ignoranza ruminante. L'obbrobrio delle lacrime false e dell'arroganza dissennata. Il solito insomma. 
Uno solo un po' meno intelligente di un marciapiede direbbe "uffa". 

Quindi... "uffa".

Al parco cammino. 
Indosso le cuffie. 
La musica mi avvolge e rinchiude, gli scoiattoli brulicano e se ne fottono.

Ci sono persone che corrono, sono troppe quelle che scelgono i colori fluo. 
La cosa mi infastidisce.

Mi infastidiscono un sacco di cose.
Troppo coperti.
Troppo scoperti.
Troppo grassi.
Troppo magri, troppo veloci.
Troppo vestiti male, poco tecnici, troppo tecnici, troppo brutti.
Fondamentalmente troppo sani, pezzi di stronzi.
Io cammino e zoppico un poco, ho esagerato la settimana prima, l'anca dà noia, mi si è infiammato tutto l'infiammabile.
Prendo aulin come birra doppio malto. Entrambi hanno lo stesso effetto antalgico.
La birra è meglio, e non ha il fastidio dell'acqua attorno.

Cammino e vedo scoiattoli che si inseguono.
Non si prendono mai. Non so se si ameranno o lotteranno. Intanto si inseguono e basta.
Bambini col monopattino che si schiantano a terra.
Le lacrime e le grida, la gioia poco dopo.
C'è il tizio con la canotta di crossfit che se ne va in giro tutto gonfio come un energumeno da pessimo film.
C'è la badante con la vecchina che non sa chi sia la badante.
Il gruppo di ragazzi che bestemmia e ride.
Il gruppo di vecchi che bestemmia e non ride nemmeno.
Il gruppo di bambini che bestemmieranno in futuro. 
Per ora giocano a qualcosa, c'entra un mago che divora frutta. 
Fingo di non saperne nulla.

Ci sono papere sull'attenti.
Tartarughe che si svegliano.
Anatre che discutono.
Alligatori nel laghetto che aspettano che qualcuno dica che non ci sono gli alligatori nel laghetto.
Cammino e non penso, ascolto la musica, sento il sole, percepisco il vento, odio la gente insomma.
Ho sbagliato tutto.
Nella prossima vita rimedierò.
O forse no, dipende se me lo ricorderò.
Tocca segnarmelo da qualche parte.





lunedì 18 marzo 2019

Il CUV, lo stinco e il bosco buio

Ho esordito con un filosofico quanto motivante "non ho un cazzo voglia".

Era sabato pomeriggio, io e b stavamo preparando lo zaino per andare a Como. 

Como Urban Vertical. Gara a coppie di corsa in montagna. No, no. La coppia non sarebbe stata composta da noi due, ma da me e M, mia cognata. B e C ci avrebbero accompagnato e approfittato per fare una gita sullo stesso percorso. 
Solo donne, già. 




Non ho un cazzo voglia è il mantra pre gara per gare che provocano un certo affaticamento, soprattutto se la gara è nel tardo pomeriggio. Sono più per quelle mattiniere, via il dente via il dolore. Il mantra di questo tipo, di solito, tendo a dimenticarlo e infine a superarlo solo in prossimità della partenza, prima è una serie abbastanza fastidiosa di sbadigli. E' la prima gara di questo genere dall'intervento all'anca di un anno fa, c'è curiosità, ma poi nemmeno troppa. Solo un po'.

Tant'è.

Partenza ore 14,30. Como. Parcheggio multipiano vicino al duomo che mica possiamo stare lì a snervarci pure alla ricerca di un parcheggio per la città.

Ritiro pacchi gara. Canotta che non indosserò mai della manifestazione, barretta enervit, sacchetto del pane come contenitore. 

Siamo parecchio in anticipo. Ci sediamo tutti e quattro alla Sartoria Ciclistica, un bellissimo bar per ciclisti e non solo, posizionato alla sinistra del duomo, di fianco al gonfiabile blu che segna la partenza della gara.

Mancano due ore alla partenza. Coca Cola e muffin alla nutella sembrano un buon metodo per attendere.

Quando C e B vanno a prendere il sentiero per la partenza io e M diamo i nostri zaini a chi si occuperà di portarli in cima al monte Boletto. Arrivo della gara dopo 6,5 km e 1050 metri di dislivello. 

La partenza è imminente. Soliti sguardi di curiosità ai partecipanti. 
Quello non può battermi, quello mi batte di certo, quello che dice cazzate, quelli che sembrano usciti da un film di addestramento per marines, quello che per scaldarsi fa i piegamenti sulle braccia e io e M che vorremmo dirglielo che li fa davvero male, ma ce lo teniamo per noi. Roba così. Come al solito.

Lo speaker alza la voce, il clima si surriscalda, la partenza è imminente, il mio mantra si scarica un po' "un po' di cazzo di voglia in più".

Si parte. Per 500 o 600 metri si corre su asfalto, facendo attenzione al corredo urbano, fioriere, binari del treno, bambini sfuggenti, marciapiedi infidi. Se ne esci vivo arrivi alle scalinate, primi accenni di salita. Li si fa correndo, siamo qui per un vertical, vuoi non correre "pochi" gradini. 

Quando finisce l'asfalto ci si immette nel bosco, inizia il sentiero vero, la coda si forma, si rallenta a causa dell'inevitabile ingorgo e della pendenza che cresce. 

Siamo vicini io e M. E' una gara a coppie, vuol dire che bisogna arrivare con un massimo di trenta secondi di scarto l'uno dall'altro. 

Io corro un po' in salita, M cammina forte però. Non ci stacchiamo mai troppo. 

Strada facendo sento commenti di tutti i tipi, che mi fanno un po' sorridere e un po' scuotere il capo. Già non mi considero del tutto normale a fare questo tipo di gare, poi farle insieme a certi soggetti non aumenta la mia autostima. Ma mi diverto, dai. Lo ammetto.


Per esempio:

Coppia uomini. Un po' sovrappeso per il genere di gara, ma avvezzi allo sport, forse un po' meno ai vertical dato che si lamenteranno fino alla fine dell'eccesso di salita. In un vertical. In ogni caso simpatici, alla quarta volta che il tizio uno, che mi precede, inciampa, gli dico di aver visto un fallo netto, e lui chiede l'assistenza della Var. Simpatici burloni. Poi si lamenta di una rampa dietro una svolta del sentiero. 
Che poi, a dirla tutta, questo è un vertical sui generis perché molto corribile e, a parte un paio di tratti, non eccessivamente pendente.

Coppia uomini, giovani, molto atletici. Il primo, il fenomeno; il secondo, la spalla. Il primo sale e aspetta, supera tutti e si ferma. Attende il compagno e intanto parla. Spoilera le parti di percorso. Avvisa della fine della parte difficile. Assicura un calo della pendenza appena dietro il tal angolo. Tutte informazioni per lo più sbagliate, forse volutamente, non lo so. Parla troppo.
Il momento top è quando dice al compagno più in basso, cito parole testuali, "dai zio che facciamo un po' di forcing e raggiungiamo il drappello davanti". Inutile cercare di raccontare il mio sguardo, il sorriso, la voglia di dargli un buffetto dietro le orecchie.

Coppia donne che ci superano. Guardo M. Non riesce a starle dietro. Credo mi odi. Tocca lasciarle andare. Una dice all'altra di guardare il fantastico tramonto. L'altra non capisce. Così per cento metri. Alla fine la prima rinuncia. La compagna non riesce nemmeno a comunicare. Le dico che è bellissimo sì. Giusto per darle soddisfazione. Rimango irritato qualche metro per il suo passo fastidioso e veloce.

L'ultimo tratto del percorso è un susseguirsi di lunghi tratti corribili, un po' su cemento, un po' su sterrato. In fondo si sente la voce dello speaker, si intravede un gonfiabile. Mancano poche centinaia di metri, ma non mi torna il conto del dislivello. Manca un pezzo. M sospira di sollievo alla vista dell'arrivo. La cosa mi puzza. Non glielo dico. L'arrivo è sulla cima, manca qualche metro di salita. M non ci pensa e impreca quando se ne rende conto, lo speaker saluta tutti e indica la via per l'arrivo. C'è un'ultima rampa, dalla baita Fabrizio un sentiero severo porta in pochi minuti alla cima del monte Boletto. 




Riflettori illuminano la via. Quelli che sono arrivati scendono. La luce si fa fioca. I colori del tramonto incendiano il panorama. Vedo il Monviso, inconfondibile persino per me, svettare a centinaia di chilometri sopra una distesa di cime più basse. La voce di B e di C a farci il tifo. M impreca ma sale, senza remore. Manca poco le dicono. Io non dico niente. Tanto è inutile. Ormai è una lotta tra sé e le sue gambe. Arriverà.





Poi fine, oltre non c'è niente. Facciamo foto e ci rallegriamo del termine della fatica e dello spettacolo tutto attorno. 

Il rosso e il nero si mischiano in lontananza, il vento ci rinfresca, ora dobbiamo scendere. 

E' buio.




Ci cambiamo ed entriamo nella baita.

La sorpresa più grande è lo stinco di maiale su un letto di polenta. Birra.

Poi il rientro nel buio, con le frontali accese, nel bosco scuro. Scenario da film horror. Ma sopravvivremo tutti.

Anche questa è fatta.

Per la cronaca. Io e Monica ci abbiamo messo 1h e 27 minuti. I primi 49 minuti. Undicesima coppia mista. 

All'inizio era "non ho un cazzo di voglia", alla fine era "la prossima qual è?". Era il primo vertical dall'operazione all'anca di un anno fa. L'anca faceva male, ma non troppo. 

Lo stinco fa miracoli.

Fine.


venerdì 15 marzo 2019

Il sogno, l'ombra rossa e l'omicidio

Ho fatto un sogno, c'era una persona che conosco, non dirò chi è, era distesa a terra e moriva dissanguata.

Non dirò chi è.

Qualcuno l'aveva accoltellata, o forse le avevano sparato a quella persona che non dirò chi è.

Era a terra nella classica posizione dei cadaveri dei film, di quelli con la sagoma bianca tutto intorno.
Ancora non era morta, ma stava per farlo.

Lo si intuiva dalla calma sul suo viso e dall'enorme chiazza di sangue che si andava allargando sotto e di fianco ad essa.

Ricordo che nel sogno paragonai la macchia di sangue ad un'ombra, solo che era rossa invece che grigia o nera. Ricordo che la cosa mi fece sorridere.

La persona che stava per morire non me ne volle a male per quel sorriso fuori luogo.

C'era disperazione contenuta tutto attorno, la vita continuava. 

Ricordo che, nel sogno, dopo questa scena mi ritrovai tranquillamente in palestra. 
 Parlavo di quel che era successo, tutti sapevano, ma nessuno osava pronunciare la parola morte. 

Sapevamo che quella persona di cui non dirò il nome era ricoverata in ospedale, ma tutti sapevamo che la speranza ormai era solo poesia.

Mi svegliai strano, certo che il sogno non fosse un sogno ma una cosa reale. 

Ma ero tranquillo. Pensai che prima o poi toccava a tutti, solo mi chiedevo chi potesse essere stato il colpevole.

Poi, pian piano, il dubbio che la morte almeno per ora fosse stata sconfitta cominciò a palesarsi nel mio cervello poco sveglio.

Infine ricordai l'ombra rossa e sorrisi al pensiero che non era vero.

Forse.

Questa storia finisce qui.







mercoledì 13 marzo 2019

Free Solo





Siamo andati a vedere il film di Alex Honnold.


Alex Honnold ormai lo saprete tutti chi è.

Alex Honnold, lo si evince dal film, non è di questa terra.

Ma non per quello che fa, quello che fa è esagerato e super, ma non per quello, lo si capisce dai suoi occhi.

Ha gli occhi dei demoni dei film, degli alieni quando si palesano, tutta pupilla nera, profonda, scura.

Alex Honnold è un alieno.

Abbiamo visto il suo film. Free Solo.

Un film di ansia e di bellezza.

Di paura e di assurdità.

Dice una cosa bellissima nel film. Dice che quello che fa è la cosa che più si avvicina alla perfezione.

Se non sarò perfetto il mio corpo esploderà quando toccherà il suolo.

Non ha detto proprio così, quasi.

Non è un film noioso, lo temevo, non arrampico, non sono un appassionato di arrampicata. B arrampica, lei sì. Mi spiega molte cose su questo sport. Le piacerebbe farlo di più. Dovrebbe farlo di più. Io amo la montagna, ci corro, ci cammino, mi ci perdo. Non faccio nulla di estremo. Anche se poi l'estremo è soggettivo. Per alcuni anche camminare dieci minuti in salita lo è, non lo so, è tutto così incerto... questo pezzo ora penso se cancellarlo o lasciarlo. 
Lo lascio, ma solo per pigrizia.

Dicevo che non è un film affatto noioso, è girato in modo da poter interessare chiunque. Almeno, così voglio sperare che sia, per una volta voglio essere positivo verso il genere umano. Ci provo.

Lui è un matto, certo che lo è, ma è di quelli affascinanti, quelli introversi e cinici, belli ma senza saperlo, non di quelli rumorosi.

E' un bel film, davvero bello, un bel documentario, con riprese spettacolari, impressionanti e, nonostante tutta la follia che contiene, ha un lieto fine, alla fine non Alex non muore, anche se la sua compagna ci prova in almeno un paio di occasioni. L'amour. 

Scusate lo spoiler.

E' un bel film, guardatelo.










lunedì 11 marzo 2019

Il trasloco di Amalia




Mi hanno traslocato! 

Esatto stolti, unni, barbari e primitivi esseri, avete udito bene.

I due plebei con il loro cane nero mi hanno prima svuotato la casa, pezzo dopo pezzo, subdolamente, credendo che non me ne accorgessi, e poi, alla fine, con mezzi vili e codardi mi hanno fatto entrare nel mio trono da viaggio e mi hanno cambiato casa.

Stolti!

Mi hanno liberato in un'altra casa, sembrerebbe più grande, per quanto mi possa interessare. Credono di sorprendermi. Villani!

Credono di impressionarmi, avranno pensato, i beceri: più spazio c'è e più difficoltà avrà a governare. Mentecatti!

Ho già ottenuto la mia sabbia e uno che me la pulisca. 
Ho un sacco di scatole e sacchetti in cui entrare e nascondermi. 
Ci sono pertugi nuovi e un addetto a lanciarmi le palline colorate quando ne ho piacere.

Credono di avermi sorpreso. Furfanti!

Ho acqua quando lo chiedo e cibo sempre a disposizione. 

Li controllo, fanno sempre quello che desidero. 
Mi accarezzano se lo bramo e mi devono lasciare stare se non sono in vena. Screanzati!

Sono miei sudditi, ma gli lascio credere di avere una scelta. Cafoni!

Ora lascio questa tastiera e vado a dormire che mi avete annoiato, non riuscite a fare altro, è più forte di voi, lo so. 
Bruti!

Magari vi perdonerò, ma non oggi, non ora, ora ho sonno, vado a dormire. 

Vegliate per me. 

Ditelo pure al cane nero di questo post nel suo blog. Non lo temo! Anzi, credo di averlo migliorato parecchio. Mi ringrazierà alla fine. Sempre se mi interessasse essere ringraziata.
Farabutti!

Ne aprirei uno anche io, ma non ne ho voglia, roba vecchia, noiosa, e poi voi, stolti, non ve lo meritate un mio blog.

Amatemi, non potete fare altrimenti. Stolti!

Amalia.

Stolti!






giovedì 28 febbraio 2019

L'equilibrio terminale

I politici si sfidano a chi mortifica di più il comune senso del pudore.

I fan dei politici fanno la gara a chi manifesta più odio verso i fan dei politici avversi.

Noialtri comuni mortali diciamo la nostra, che sia divertente o molto intelligente, fuori luogo o parecchio ebete.
L'importante, per noi, è dirla, ché vogliamo esprimere il nostro pensiero e ci piace che venga letto da qualcuno, magari ammirato, oppure criticato, giusto per avere occasione di fare discussione.

Passare per impegnati pensatori o fini retori, o indomiti combattenti, o qualcosa che mischi tutte queste cose e addirittura altre ancora.

Internet ci ha dato parola e noi la divoriamo.

Umberto Eco aveva ragione, e questo è quanto.

Abbiamo il diritto di parola e ne abusiamo, avremmo il dovere di pensare, ma internet non ci ha dato il tempo. La parola è già volata via, abbiamo espresso il nostro sacrosanto diritto svilendo il dovere di non essere imbecilli.

Si leggono tali abomini, commenti duri, violenti, fascisti, meschini, predatori, assassini, privi di pietà, desiderosi di far male. Non si capisce dove si vuole arrivare. Se ad annichilire il nemico chiunque esso sia, qualunque forma abbia. Il pensiero avverso è da combattere e zittire e le armi sono delle peggiori.

La vittima di tutto ciò è solo una e si chiama intelligenza, e mentre i politici gongolano, tutto il substrato di illuse formichine si infervora illudendosi di essere l'unica speranza.

L'equilibrio è in fase terminale.





martedì 19 febbraio 2019

Otto minuti

Alzando lo sguardo dall'asfalto al cielo, B scoprì l'esistenza della luna.
Era una palla bianca con qualche cratere a forma di occhi, naso e bocca.

Non ne sapeva nulla B di lune o crateri. B guardava l'asfalto.
Non guardava proprio l'asfalto, teneva d'occhio un riflesso.

Era il riflesso della luna, bianco sporco ma senza crateri.
B non ne sapeva nulla nemmeno di riflessi.

Oltre a quello c'era un'altra immagine che non stava ferma.
Aveva una missione B, andare sopra il castello e chiudere il libro blu.

L'immagine era quella del drago a sei teste oltre le sbarre della prigione.
Il libro blu andava chiuso.

B aveva solo otto minuti per rompere le sbarre, liberare il drago e chiudere il libro.
B doveva farlo perché voleva.

B aveva una missione, è vero, ma poteva anche non averla.
Aveva deciso di alzare lo sguardo e stabilire un termine.

B considerava che otto minuti non erano poi così pochi.
B sosteneva che anche sette o nove potevano andare bene.

B riteneva, tuttavia, che dieci minuti sarebbero stati un'eternità.
E lo sapeva B, un'eternità non era un ritaglio di tempo ragionevole.

Otto minuti era il tempo giusto per mettere la parola fine al posto giusto.
B poteva mettere a letto il riflesso della luna e del drago e aspettare che diventassero altro.

Questo post termina qui, ha senso per chi lo scrive, nessuno per chi lo sfiora.
Per B potrebbe avere un significato, ma B non lo leggerà.

I blog sono un tempo andato, l'ho letto poco fa in un posto che nemmeno esiste.
Questo post è dunque già trascorso, come correre in cielo per otto minuti.







giovedì 14 febbraio 2019

Leggevo di un tale di nome Vincent

Sto leggendo le lettere di un tale di nome Vincent a suo fratello Theo.

E' parecchio noioso, tocca ammetterlo, e vado a rilento. 

Ma quel Vincent di cognome fa Van Gogh. 

E allora devo leggerlo. Voglio leggerlo.

È Van Gogh, dicevo. 

Ora mi è venuta voglia di scrivere, quindi al momento non lo sto leggendo, è lì sul bracciolo del divano.

Lo leggevo fino a pochi attimi fa, mi annoiavo e intanto pensavo che:

ora lo elogiamo Van Gogh, come un genio, un grande, immortale, meraviglioso, lo amiamo, lo idolatriamo, andiamo alle sue mostre, compriamo i suoi libri, le stampe dei suoi quadri, ci chiediamo quanto possa valere ogni suo quadro, ne conosciamo la vita, ci indigniamo a causa della sua disgrazia, della sua malattia, dell'incapacità dei suoi contemporanei di elogiarlo, di riconoscere il Van Gogh del futuro...

e intanto che leggevo, mi annoiavo e pensavo, mi chiedevo:

ma se fossimo stati noi suoi contemporanei, con tutta questa nostra vanagloria, l'avremmo riconosciuto genio o solo pazzo? 
Se nessuno ci avesse detto che Van Gogh era un genio e che le sue opere sono enormi, noi l'avremmo capito lo stesso?
Se l'avessimo visto camminare come un matto per prati e viottoli l'avremmo capito di quale enorme individuo si trattava o ci saremmo solo spostati per farlo passare, magari scuotendo il capo?
L'avremmo difeso o attaccato?
Deriso o ce lo saremmo fatti amici?

e intanto che leggevo, mi annoiavo, pensavo e mi chiedevo cose, riflettevo che:

ci vantiamo tanto, noi. Siamo critici. Sappiamo quel che ci piace e quel che vale o meno. Sappiamo tutto. 
Conosciamo il genio e critichiamo il mediocre.
Ma chi siamo noi?
E se ci fosse solo stato detto ciò che deve piacerci?
Siamo capaci noi, di definire il genio o no?

Fossimo vissuti insieme a Bukowsky, a prenderci vomito e insulti da lui, lo ameremmo? L'avremmo amato e citato? L'avremmo riconosciuto?

E Dalì? Rimbaud? Dostoevskji? Riconosceremmo Tolstoj come genio se non avesse la barba bianca e qualcuno non ci avesse detto che è Tolstoj?

Non so. È tutto talmente già deciso che non so davvero. 

Se fosse arrivato a casa nostra uno sconosciuto Kandinskij a darci una sua tela in cambio di cento euro avremmo accettato? 

Non so. Troppo facile adesso.

Non so, è che mentre leggevo, mi annoiavo, pensavo, riflettevo mi è venuta voglia di scrivere che: 

leggevo le sue lettere, quelle di Van Gogh a suo fratello Theo, mi annoiavo e intanto mi chiedevo come si sentirebbero ora quelli che conobbero e disprezzarono quel tale Vincent, occhi spiritati, barba rossa, poco profumato, senza un pezzo di orecchio, un po' matto, che imbrattava tutte quelle tele con troppi, troppi colori.

Solo questo. E poi l'ho scritto. Tutto qua.







venerdì 8 febbraio 2019

Camminando con De André

Se per esempio tu fossi ben dotato di gambe, di fiato e di un modo utile a far sgorgare musica nelle orecchie, se per caso avessi voglia di metterti in cammino, e se, per fortuito o non casuale gioco del destino, sentissi le parole di uno che dice che muore contento e innamorato dopo essersi ucciso per amore, o quelle di un giudice nano che si vendica di chi lo accusa di avere il cuore troppo vicino al buco del culo, o magari di uno che racconta di aver imparato l'amore dalla pietà che non cede al rancore, 

allora cammina e non fermarti 

e mentre il tumulto del cielo sbaglia il momento allora attento, perché la musica ti smuove l'animo a muoverti, tu non opporti, lasciati spingere a mai più fermarti,

allora cammina

e se per esempio guardandoti attorno vedessi nel fiume una certa Marinella con un mantello rosso che vola in cielo su una stella, o se voltandoti indietro nel momento esatto, ti ritrovassi in via del Campo a perderti dentro occhi grigi come la strada, a fissar labbra color rugiada di una bambina che dove cammina nascono i fiori, non fermarti

e cammina e no, non fermarti

ma stai attento, delicato viandante, a dove vai, perché a un certo punto potresti trovarti in un campo di papaveri e un tizio con il tuo stesso umore ma con una divisa di colore diverso potrebbe guardarti storto

e allora cammina, cammina senza voltarti

stai all'erta però che un gorilla desideroso di togliersi una voglia potrebbe scappare da qualche gabbia da un momento all'altro, e scappando fai attenzione a pescatori sorridenti e ad assassini sfuggenti, non farne menzione a carabinieri troppo zelanti, 

cammina dunque 

e non parlare della tua amica bocca di rosa, soprattutto con chi non ha più modo di dare il cattivo esempio,

non girarti mai indietro dolce vagabondo, vai avanti e continua a muoverti, se sei abbastanza fortunato potresti anche camminare all'infinito e, 

chissà, 

magari potresti diventar parte di una storia inventata o addirittura quasi vera.



giovedì 7 febbraio 2019

Parole eccetera

ci sono svariate possibilità di curarsi le ferite dell'anima, scopare, rivestirsi, spogliarsi, ricomprarsi l'orgoglio di un bagno chiuso


ci sono memorie da dimenticare, disegni da cancellare, parole da sputare, per manifestare il dissenso al senso di schifo di un coso dell'interno

le felpe da mettere in mare, le navi da naufragare, i neri da odiare, il consenso di un carico di letame e il brano da scrivere per almeno pensarci

le esternazioni del denaro e di quelli che lo vomitano, la merda di chi critica, l'incapacità di ascoltare, l'arte da non capire

bisogna uccidere l'arroganza altrui, non ascoltare chi non ha altro dio che se stesso, affogare l'odio del proprio ego a gambe aperte

il disprezzo delle lamentele, la noia che si riproduce sputando sulla dignità, il dare tutto per scontato che sfocia nel patetico

c'è una falce di luna che non illumina niente, il sole che dorme da qualche parte nello spazio, le canzoni che stonano, le luci che si spengono

non ho voglia di smettere di scrivere, e nemmeno di continuare a non riuscire

il sonno arriva a stendere i panni della notte

e infine smettere di crederci

e soffocare la tastiera.