domenica 15 luglio 2018

Francia Campione Italiano Rosicone

Lo so Amalia, da non crederci, ti spiego, o almeno ci provo.

La Francia batte la Croazia.
Gli italiani rosicano e insultano la Francia.
La Francia se ne sbatte degli italiani, dei croati, dei belgi e anche un po' degli inglesi.
Gli italiani rosicano.
Anche io rosico, ho scommesso ad inizio mondiali, insieme a D e al capitano, la vittoria della Croazia. 
Rosico per il denaro, ma se non ci fosse stato quello, avrei tifato Francia.
E' un po' colpa della Juve.
Gobbi maledetti.
Tifavo Francia anche nel 1982. Ero in vacanza con i miei in riviera adriatica. 
Credo la prima volta. 
Cioè, non è che tifavo proprio Francia, simpatizzavo per Platini. 
Tifavo Italia, non fraintendermi che qui è un attimo essere espulsi di questi tempi.
Ho una memoria di merda ma ricordo quello che, per me, è sempre stato il centrocampo più bello di tutti i tempi.
Platini, Giresse, Tigana, Fernandez.
E niente, ricordo che, in mezzo a tutti i festeggiamenti per la sconfitta della Francia con la Germania in semifinale, ero triste per quegli insulti che non capivo a Platini.
Sono sensibile Amalia, lo sai.
Stavo muto nella veranda dell'albergo in mezzo a decine di adulti che ne sapevano un sacco di calcio. 
Boh, mi dicevo, avranno ragione loro. 
Ma rimanevo triste.
Col tempo ho imparato che nessuno capisce un cazzo di niente in nessun ambito.
Quello era stato il primo attimo di illuminazione.
Lo so Amalia, tu lo sapevi già, tu sei illuminata di default.
Poi alla Juve è arrivato il più forte di tutti di tutti i tempi.
Zinedine Zidane.
Poi David Trezeguet.
Insomma, a me la Francia piace. 
Calcisticamente, e anche per tutto il resto.
E passi quell'aria snob che hanno sempre in viso.
Siete mai passati da Milano, avete mai parlato con un fiorentino che vuole esporvi i motivi per cui Firenze è meglio di Parigi, avete mai interagito con un veneziano di quelli che credono di essere Casanova, e i romani ancora convinti di essere Caput Mundi, per non parlare dei bustocchi qui di fianco convinti di essere i detentori del sapere?
Cioè, non è che noi siano proprio simpatici eh.
Dai, piantiamola qui. 
Non c'entra un cazzo la patria, c'entra la merda che si ha in testa o meno.
Ma di cosa stiamo parlando? 
E la storia dei bidet? Ma la smettiamo?
Che poi noi lo abbiamo e molti lo usano solo per farci bere il gatto. 
Certo Amalia, anche tu ci bevi, e ti scoccia che noi ci facciamo altro. Lo so, vedremo di metterne uno solo per te.
(Non è vero, ma è una menzogna a fin di bene).
E poi su. Dai, ammettiamolo, sono illuminati.
E non mettiamoci a sparare cazzate sul rinascimento che l'abbiamo ammazzato quel periodo, stuprato, dimenticato. 
Abbiamo Salvini, Di Maio, Berlusconi che ancora parla, la Meloni e Gasparri con lo stesso ghost writer demente.
Il rinascimento?
Morto.
Ci va bene che l'arte fa guadagnare qualche pugno di lire se no avremmo asfaltato il Colosseo per un parcheggio, messo una Esselunga in Sant'Ambrogio, un ponte a Messina magari...
E niente.
Ho farneticato un attimo. Scusa Amalia.

Tornando ad oggi, sono contento per il buon Asterix Deschamps e pure per Pogba e per Matuidi.
C'entra sempre la Juve insomma.
Ah, è arrivato Ronaldo a Torino.
Ma questa è un'altra assurda, fantastica storia.
Ti ho mai detto di quanto ammiri il Portogallo?
Era già colpa di Saramago, ora ci si mette pure CR7. 
Fortuna che hanno una lingua inascoltabile.
Al contrario del francese...

Ok Amalia, scusa... la smetto.







venerdì 13 luglio 2018

Pellegrinaggio alla montagna Incantata e commiato da b (4/4)

Siamo così giunti al lunedì. Non siamo dei, non ci siamo riposati la domenica, non lo faremo l'ultimo giorno. Siamo plebei e camminiamo. C'è tanto da vedere o a cui andare a portare omaggio.

Quest'anno il vertical di Canazei non lo farò per ovvie ragioni, ovvie per me e per chi sa il motivo per cui sono ovvie. Ovviamente, non sono ovvie per chi non sa nulla di me ed è finito qui per caso. Probabilmente nemmeno gli fregherà nulla, e anzi, si dirà: "ma di che cazzo blatera questo?" e se ne andrà stizzito. A ben pensarci anche per chi conosce l'ovvio tutto sto sproloquio metterà senza dubbio ansia e fastidio. Mi fermo qui che è meglio.

Insomma, a prescindere dalla gara un giro in autonomia nessuno ci vieta di farlo, e per me ormai è una sorta di pellegrinaggio andare lassù. 

Sto anche meditando di tatuarmelo quel monte. Pensa un po'.

Il monte è la Crepa Neigra. Ed è lassù, sopra le teste di tutti. Ben visibile da Campitello ad oltre Alba di Canazei. Basta alzare lo sguardo.





In questo blog ogni tanto ne parlo. Per esempio qui: La montagna Incantata. 

Motivo per cui sarò breve. Forse.

Dirò solo che ogni volta che salgo dal quel sentiero un po' mi maledico visto l'assurda pendenza. Ogni volta che faccio la gara, l'ho fatto almeno cinque volte, mi dico che sarà l'ultima. Poi ogni volta che passo dalla Val di Fassa mi prende la brama di salirci. E ogni volta che arriva luglio mi ritrovo già iscritto alla gara. Non faccio in tempo a far funzionare i due neuroni ed eccomi all'imbocco della salita. Ci sono altre vie di accesso, vero, ma vuoi mettere? Dai!






Durante la salita incontro anche una mini vipera, arrotolata e infastidita, mi sibila, e se ne va. Ci ho scritto anche un tweet. Lo metto qui che interessi o meno. Più che altro lo inserisco qui perché ho scoperto questa funzione e me la tiro tanto.



In cima le foto, la frasettina strappalacrime sul libro di vetta e i messaggi a b di affacciarsi a salutarci. B si affaccia davvero. Non credo veda due omini di fianco alla croce. Non credo.







Per la discesa un cartello invita a non scendere da dove si è saliti.
Credo sia per lo più per la futura gara, ma come consiglio generico non è male.
Ci sono altre vie.
Per esempio quella che avevo fatto l'anno prima con b e Elena. 
ne imbocchiamo uno e sono sicuro di ricordare che quel sentiero porta giù in val di Crepa per poi precipitare fino a Fontanazzo e da lì di nuovo a Campitello dove siamo partiti. 
Sicurissimo. 
Sbaglio.
Ci troviamo molto in alto e su un sentiero che scompare.
Diamo un'occhiata alla cartina.
C sfoggia tutta la sua abilità da ingegnere e ci buttiamo giù per un pratone che precipita fino alla valle.
Riusciamo a conservare ginocchia, caviglie e anche abbastanza intatte ed arriviamo al sentiero che percorre tutta la valle. Poi è fatta. 
Arriviamo all'auto e torniamo da b.

La staniamo nell'albergo.
Ma sta andando con lo staff dirigenziale verso lidi a noi sconosciuti.
Il capo chiama.
Il capo chiama un'altra volta.
Il capo è il capo e b è b.
Se ne va, ci salutiamo frettolosamente, C è in bagno e nemmeno la saluta.
Nessuna tragedia, a fine mese ci rivedremo.


E qui termina questa storia in 4 parti e svariati chilometri e ore di cammino e di brevi, ma felici incontri con b.



Fine.

Dalla cima del Sassopiatto è un bel posto (3/4)

La missione del giorno è farci un selfie allo specchio evitando di sembrare due idioti.



Come si può ben notare la missione fallisce miseramente e puntiamo a qualcosa di meno eclatante.
Più fattibile.

Salire in cima al Sassopiatto.
Scendere e andare in fondo, o quasi, alla Val Duron.
Tornare a Campitello non con il buio.
E poi la più ardua. 
Cenare con b e amici... tutti in condizione di morte apparente, dormiveglia e in avanzato stato di ritardo mentale da privazione del sonno.

Ce la faremo su tutta la linea. Vi spoilero perché non mi piace lasciarvi con la tensione addosso.

Partiamo con i panini e lo speck della coop del paese. Ficchiamo tutto negli zaini e saliamo per la Val Duron, dopo il paese, passando a fianco di Marlene. Quella dello strudel buono e delle strepitose colazioni.

Seguiamo i cartelli per il Sassopiatto. E' un brutto sentierone in parte asfaltato. Molto ripido e largo. Ci passano i pulmini taxi che portano all'imbocco della valle.


Non si fa.

Tocca spostarci, sperare che i sassi non ci schizzino addosso, fingere di non sentire la caratteristica fragranza di idrocarburi pour les hommes et les femmes numero sette.

Alla fine arriviamo al punto degli sbarchi e ci accorgiamo subito che dove andiamo noi non ci va nessuno. Da bravi fastidiosi individui ce ne rallegriamo e saltelliamo rantolando verso il rifugio Sassopiatto che è una specie di resort... più che un rifugio.


Niente polemica su questo blog. No.

Voltando le spalle al resort/rifugio possiamo ammirare i 2969 metri del Sassopiatto. Da qui ha l'aria di un panettone grigio e stanco e poco affascinante. Mancano solo 600 metri per salirlo. Saliamo. C'è un vento freddo che fa mal sperare, ma b ha promesso che il tempo regge. E b non sbaglia mai. 

Nel caso b sbagliasse, in ogni caso, nessuno glielo direbbe, nemmeno sotto i tuoni e i fulmini, nemmeno inceneriti e neri sparsi nel vento della Val di Fassa.

B non sbaglia.



Per salire si seguono i classici segni rossi e bianchi oppure gli ometti (le costruzioni di sassi messi uno sopra l'altro che a spazio variabile indicano una sorta di traccia) oppure si sale un po' a cazzo che tanto la croce ormai la si vede lassù.




Salendo esprimo giudizi pessimi su una categoria di cui facciamo parte io e C. Quelli che fanno sport di montagna. Ora. Va bene salire veloci e leggeri. Non si fa male a nessuno, e ci si può stimare per la propria smagliante forma fisica e per l'incedere alla Kilian Jornet Burgada. Va bene. Ma in discesa direi che correre, quando ci sono tante persone che salgono e tanti sassi che rotolano, è una forma di mancanza di rispetto e di aumento del pericolo di cui si dovrebbe fare davvero a meno. Siamo fighi, certo, scendiamo agili e senza paura ok, ma facciamolo in gara, oppure dove ci alleniamo, o comunque dove il rapporto sassi/persone con corpo da colpire è molto vicino allo zero. Un sasso in testa fa male, due minuti per scendere in più non inficeranno sulla nostra immensa autostima.

Non era un polemica. Non se ne fanno in questo blog. No.




Mentre elucubro faccio andare le gambe, se no la croce là in alto non la raggiungo più. 

La raggiungiamo.
E' assediata da un po' di persone (ahinoi). L'ultimo tratto è quello dove bisogna fare un attimo di attenzione in più. Un po' per la presenza di tante persone e un po' perché bisogna aiutarsi con le mani in certi tratti. 



Poco prima della cima, sulla destra, c'è lo sbocco della via ferrata con i suoi avventori caschetto muniti, l'imbraghino e quell'aria di "ho fatto la storia". 

In cima è un posto magnifico e pauroso allo stesso tempo. Le fotografie non possono rendere a pieno l'aspetto degli anfratti, degli speroni, le punte, i dirupi e della tetra bellezza di cui tutto qui è permeato, persino quel richiamo misterioso che ti invoca dal basso e a cui devi resistere... ma almeno ci provano.






Finito l'inevitabile servizio fotografico e il panino allo speck prendiamo la via della discesa. 

In discesa si trova di tutto. 
Dallo skyracer che deve far sapere a tutti come si scende, a quello che non ce la fa, alla terrorizzata, alla strafottente frettolosa che solo poco prima in salita rantolava e pregava di abbatterla, a quelli come noi che sono belli, bravi e simpatici, un po' di tutto insomma.

E alla fine raggiungiamo, aggrediti dalle urla del vento, il rifugio/resort. Entriamo pensando di berci qualcosa... passiamo dal bagno e poi usciamo in preda al panico da ressa.

Scappiamo per un sentiero deserto che porta in Val Duron.

Incrociamo la leggenda dei vertical Urban Zemmer. Un cenno col capo giusto per far intendere che sappiamo chi è. Uff se lo sappiamo.




Poi via.
Sul sentiero nessuno. 
Solo Antonio. 
Antonio ha 65 anni e gira su una mountain bike arancione KTM con pedalata assistita. Antonio ha i capelli e la barba bianca. Un paio di Oakley. Jeans, maglietta e un giubettino tecnico senza maniche. Al termine della breve salita che porta al passo sopra la valle prima della discesa, Antonio mi raggiunge e mi racconta chi è, cosa fa, quante volte cade dalla bici facendo cose estreme. 
Suggerisce a me e C di non perdere tempo con il sentiero e di buttarci di sotto lì dove siamo. Mi chiede se ho ginocchia buone. 
Sorrido e declino. C sorride e declina. 
Salutiamo Antonio e proseguiamo.

Una quarantina di minuti dopo siamo a fondo valle e ci dirigiamo verso Campitello per intercettare la strada salita prima.

Scendiamo e ci fermiamo, su suggerimento di b, alla baita di Lino Brach per una birra e una fetta di torta di mela (ottima). La baita è circondata da sculture estrose ed incombenti. Pare che l'autore sia il poco affabile Lino in persona. 

Alla fine torniamo all'albergo in tempo per riposare un poco, fare una doccia e ripartire in direzione b... o quel che ne resta.


Numeri escursione:

8 ore
23 km
1621 metri di dislivello
un panino allo speck
un patrimonio Unesco
vento q.b.










Continua...

Val di Fassa, b, su e giù per il col Rodella (2/4)

Sbarchiamo nelle patrie galere di b.

Tra Campitello e Canazei, all'ombra del Sassolungo, della Crepa, del Gran Vernel.

Dentro un albergo pieno di ragazzini, sotto l'albergo, dentro la stanza dei bottoni, a governare, a mai dormire.



In tre giorni la vedremo circa 4 ore massimo. Un paio di cene, due caffè, nessuna passeggiata romantica, nessuna chiacchierata riservata.

Il camp dove lavora è una specie di fiera dello stakanovismo. Non ne parlerò. Niente polemiche su questo blog. Cioè, quasi mai. 

Trovo un sacco di amici di b che sono diventati anche miei amici. Pranziamo insieme nel ristorante del loro albergo e poi fuggiamo.

Dato che la giornata è bella, il cielo è blu, le montagne sono invitanti, C freme per camminare, ci diamo appuntamento con b per la cena e decidiamo di salire da Campitello verso il Col Rodella. 
E' dove c'è l'arrivo della funivia lassù in alto, se sei così gentile da alzare il capo. La funivia è un mezzo a noi avulso. Siamo plebei fedeli alla pratica del cammino, del sudore, del salire, del correre e del far fatica.
Brutta gente.

Insomma, prendiamo la stanza (coi letti rigorosamente separati), volgiamo le spalle al traffico e andiamo verso la Val Duron

Saliamo al secondo sentiero che intercettiamo e continuiamo a farlo per 1000 metri circa. 
Il sentiero è parecchio ripido e un po' bistrattato dalle recenti piogge.
Vediamo due camosci, un tizio che scompare nel nulla dopo averci chiesto l'ovvio, un signore con canotta bianca, pancia e zappa... il signore era certamente "la morte" sotto false spoglie. Scendeva e non ci ha degnato di uno sguardo... evidentemente non era ancora la nostra ora, era solo di passaggio. Capita a volte.

Prima della cima del col Rodella ci immortaliamo con le nostre belle #maglietterosse. Il perché non sto a spiegarvelo, lo saprete tutti. Al massimo chiedete alla politica più urticante dell'ultima era geologica, la signora M.




Ma non si fanno polemiche su questo blog. No.

Svalichiamo al colle e davanti c'è la bellezza. C'è il gruppo del Sassolungo. E lì se alzi la testa capisci che Patrimonio è una bella parola.

Storciamo un po' il naso per l'eccessivo numero di persone per la maggior parte buttate lì sopra da funivie e mezzi di risalita vari, e prendiamo il sentiero Friedrich August, quello che gira attorno a tutto il gruppo, e ci dirigiamo verso sinistra. Puntiamo al rifugio Pertini, a una birra, e a scendere da lì per poi tornare da b.

Birra, chinotto per l'analcolica C, patatine del sacchetto (tipico prodotto altoatesino) e poi ci buttiamo giù dal ripido sentiero dietro il rifugio.

Il giro doveva essere veloce data la tarda ora... camminiamo per quattro ore e mezza, facciamo 13 km e saliamo 1034 metri di dislivello.

Le passeggiate veloci prendono vie imperscrutabili con noialtri cretini.

Doccia e recuperiamo la stanca b. Baci e abbracci e allontanamento violento degli amici colleghi. Riusciamo a stare insieme circa 2 ore, poi lei ha qualche riunione, qualche programmazione, qualche infernale cosa da fare.

Io e C decidiamo la missione del giorno dopo e andiamo a letto.




Continua...

mercoledì 11 luglio 2018

Da Grumes alla Yurta del Rifugio Potzmauer (1/4)

Si parte da Grumes e si arriva al Rifugio Potzmauer.

Si esce a Trento nord e si lascia l'auto poco sotto la chiesa di Grumes, nonostante ci venga consigliato di evitare ulteriore ed inutile, a loro avviso (loro sono gli autoctoni), strada a piedi proseguendo in auto un po' oltre il nostro parcheggio, seguendo la strada dei Masi.



Sorridiamo, diciamo che siamo lì per camminare e che quarantacinque minuti o meno non ci cambieranno la vita, li lasciamo scettici e certi di avere a che fare con un paio di cretini di chissà dove e quando.

Cerchiamo il sentiero e non lo troviamo. Come da prassi. Ci sono indicazioni che si perdono nel folto di un sentiero didattico.

Dobbiamo camminare forse un'ora o due, fare cinquecento metri di dislivello. E arrivare per le 19.00.

Sono le 17.30.

Ce la faremo nonostante il nostro impegno a perderci. Tocca seguire la strada asfaltata, superare qualche maso, entrare nel bosco e salire un po'.

Una volta superato il passo si esce dal bosco e guardando in basso si scorge il rifugio, la yurta, il tapee, il pony, il cane e un gran bel silenzio.



Per me e C è strano essere in un posto del genere. Aspiranti sociopatici quali siamo. E' un regalo. Di un'amica di C che si chiama, incredibilmente, pur'ella C. Le ha regalato una notte in Yurta. Le tende mongole. Non so bene perché. C viaggia molto e nelle yurte ci dorme spesso. Non so. In ogni caso io proprio quel weekend devo andare in Trentino da b e mi aggrego, tanto per cambiare, a C. 

Sia chiaro che C andrebbe anche da sola, ma visto che da b ci verrà anche lei, come si dice, da cosa nasce cosa e questa cosa ci porta da Roberto.


Il rifugio è di Roberto. Di Roberto è interessante leggerne la storia. E' nel sito. Il link è di sopra. 

Non dirmi che non l'hai visto. Non dirmelo.

Roberto somiglia a quello sull'etichetta del vino. Il rifugio è pieno di fisarmoniche, di sculture, di fotografie d'epoca e delle spedizioni patagoniche del simpatico istrione. Sue sono le perle di saggezza montagnina, di alcool e di vita, sparse qua e là.



Io e C siamo accolti da Roberto in persona, da un ragazzo che lavora lì, credo da molto poco, e da tre amici di Roberto. Tutti veneti nella parlata e vino-muniti. Ci sediamo e beviamo quasi subito. Io, C è quasi astemia. C è ubriaca dentro.

Nessun'altro nel rifugio o nei dintorni.

Ok allora. Restiamo!

Vediamo la Yurta ed è fantastica. Ci dormiremo divinamente, nonostante qualche animaletto che si strusciava fuori per farsi aprire. E' come un appartamento, freschino la sera, ma niente di più. Letti comodi, spazio a volontà, un lavandino, persino un water con paravento altezza ginocchia, che io e C guardiamo con orrore pensando alla più dolce praticità del bosco tutto intorno. Nulla di troppo avventuroso dunque, ma molto carino. Se volete provare guardate il link in cima.

Non chiedere "quale link?" Non farlo.



Roberto ci presenta un buon Thurgau con delle bruschette di salsina piccante patagonica, come dice lui. Poi ci spedisce a tavola e ci regala una specie di gulash, una porzione di lasagna e uova, patate e speck. 
Ecco soprattutto questo. Uova, patate e speck.
Uno dei motivi per cui amare il Trentino, oltre la Weiss, le dolomiti, e b naturalmente.

Dopo cena, armati di luce frontale, ci aggiriamo nel bosco come spettri alla ricerca della zona panoramica che dà sulla val d'Adige. Zona panoramica e notte sembra strano come binomio. Ma le lucine in fondo alla valle sono un bello spettacolo. 

Con C non c'è nessun momento romantico, quindi non ti aspettare altro e vai avanti a leggere.

Torniamo in tenda, dormiamo innocentemente e il giorno dopo ci prepariamo alla discesa e al raggiungimento di b a Canazei.



Per il rientro facciamo una strada un po' diversa da quella dell'andata creando un anello. Passiamo dalla Valdonega e poi giù di nuovo a Grumes.


Numeri:

Andata:
Circa 6 km
1 ora e 25 minuti
Dislivello 515 mt
Una yurta
Un Roberto
Un ail e una C
Un pony
Un cane bianconero



Ritorno:
Circa 6,5 km
1 ora e 40 minuti
Dislivello 147 mt giusto per salire un poco anche in discesa.
Caldo eccessivo








A Grumes allestiamo il solito spogliarello, cambiamo le scarpe, mettiamo una maglietta più o meno pulita e dirigiamo il muso dell'auto di C verso Canazei.

Prima però il solito pellegrinaggio a Ziano di Fiemme a fare shopping elegante:




A Canazei c'è b. 



Continua...